Crisi climatica: “Negli alberi gravi sintomi di stress per la siccità”

139
Lo studio sugli alberi delle foreste europee (foto Unibas.ch)
Lo studio sugli alberi delle foreste europee (foto Unibas.ch)

Da quando vengono raccolti i dati metereologici, nessun anno in Europa è stato caldo e secco come il 2018. Per questo un team internazionale, diretto dall’Universität Basel, sta conducendo un esperimento unico per il Vecchio Continente con l’analisi completa delle conseguenze della siccità sulle foreste europee.

Questo attento lavoro di analisi è stato in parte anticipato dallo studio “A first assessment of the impact of the extreme 2018 summer drought on Central European forests”, pubblicato lo scorso giugno su Basic and Applied Ecology, e dimostra che “Le foreste dell’Europa centrale hanno subito danni a lungo termine. Persino le specie arboree considerate resistenti alla siccità hanno sofferto”.  Per i ricercatori fino ad oggi il 2003 era stato l’anno più secco e più caldo da quando sono iniziate le registrazioni meteorologiche regolari in Europa. Bene adesso quel record è stato infranto: “Un confronto dei dati climatici ha dimostrato che il 2018 è stato significativamente più caldo” e che la temperatura media registrata nelle foreste europee “è stata di 1,2° C al di sopra del valore del 2003 e di 3,3° C al di sopra della media degli anni dal 1961 al 1990”.

Lo studio è partito dalle misurazioni effettuate nel sito di ricerca svizzero Swiss Canopy Crane II dove sono state condotte ampie ricerche fisiologiche sulle fronde degli alberi con l’obiettivo  di comprendere meglio come e quando gli alberi vengono colpiti dalla mancanza di acqua. Gli alberi, come sappiamo, perdono molta acqua attraverso le loro superfici. “Se anche il terreno si asciuga, – hanno spiegato i ricercatori – l’albero non può sostituire quest’acqua, il che è dimostrato dalla tensione di aspirazione negativa nel tessuto vascolare del legno. È vero che gli alberi possono ridurre il loro consumo d’acqua, ma se il serbatoio dell’acqua del suolo si esaurisce, alla fine è solo una questione di tempo, poi la disidratazione cellulare provocherà la morte dell’albero”. Le misurazioni fisiologiche hanno dimostrato che la tensione di aspirazione negativa e la carenza d’acqua negli alberi nel corso del 2018 si sono verificate più del solito, così “In molte specie di alberi importanti per la silvicoltura sono comparsi gravi sintomi di stress legati alla siccità: le foglie appassivano, invecchiavano e cadevano prematuramente”.

Il 2018 anno più caldo e secco di sempre. Gli effetti sugli alberi (foto Unibas.ch)
Il 2018 anno più caldo e secco di sempre. Gli effetti sugli alberi (foto Unibas.ch)

Insomma, attraverso il cambiamento climatico di natura antropica abbiamo stressato anche le foreste e gli effetti dell’ondata di caldo estivo del 2018 sono diventati evidenti solo l’anno dopo, quando molti alberi non hanno più formato nuovi germogli e quelli sopravvissuti allo stress della siccità e del caldo sono risultati più vulnerabili alle infestazioni di insetti o di funghi 

Secondo il capo del team di ricerca, Ansgar Kahmen del Dipartimento di scienze ambientali dell’Universität Basel, “L’abete rosso è stato maggiormente colpito. Ma è stata una sorpresa per noi che anche il faggio, l’abete argentato e il pino siano stati danneggiati in questo modo”. Se come dicono le ultime proiezioni entro il 2085 le precipitazioni in Europa diminuiranno fino a un quinto e gli eventi atmosferici estremi (come Vaia) diventeranno più frequenti, sarà essenziale riprogettare le foreste. Per Kahmen in questo nuovo contesto climatico I boschi misti hanno molti vantaggi ecologici ed economici. Ma se i boschi misti sono i più resistenti alla siccità, oggi non è chiaro il perché. Dobbiamo ancora studiare quali specie di alberi se la cavano meglio e in quali combinazioni, anche dal punto di vista forestale. Ci vorrà molto tempo”. Per ora, infatti, è possibile registrare solo in misura limitata gli impatti di eventi climatici estremi sulle foreste europee, quindi, saranno necessari nuovi approcci analitici. Intanto limitare la “febbre” del Pianeta a livello globale non sarebbe una brutta idea.

Foto: Unibas.ch