Dalla Green Economy alla Blue Ecomomy

Adattare e adattarci all’ecosistema con un modello di economia che si ispiri ad esso: ecco la filosofia della Blue Economy

La Blue Economy è un modello, testato a livello mondiale, che si propone come evoluzione della Green Economy. Mentre quest’ultima ha sostanzialmente come scopo l’abbattimento delle emissioni di CO2, la cosiddetta Economia Blu punta all’azzeramento totale delle emissioni nocive tramite la creazione di maggiori flussi di reddito, positivi anche per il capitale sociale e ambientale. Si tratta infatti di un modello per cui non si chiede più alle aziende di investire di più per salvare l’ambiente, anzi, si chiede di trarre maggiori vantaggi dalle risorse a disposizione, con minori investimenti e a zero impatto ambientale. Si pone infatti in contrapposizione alla “Red Economy” che, attraverso il debito e le speculazioni, ha generato negli anni la tangibile crisi globale.

Perché “Blue”? Perché si intende andare oltre alla tanto auspicata “Green Economy”, per la quale però “il bene” delle persone e dell’ambiente è troppo spesso eccessivamente dispendioso, e quindi esclusivamente per coloro che possono permetterselo.

“Dobbiamo utilizzare quello che abbiamo a disposizione, generare un valore maggiore, essere innovativi e creativi e trasformare tutto quello che facciamo oggi in qualcosa di gran lunga migliore, convertendo risorse inutilizzate o non produttive in piattaforme di sviluppo”, afferma l’ideatore attivista della “Blue Economy” dal 1995 Gunter Pauli, imprenditore ed economista belga, e fondatore del centro di ricerca Zeri (Zero Emission Research Initiative). La sua ultima pubblicazione è “Blue Economy 2.0” edito da Edizioni Ambiente, dove illustra il suddetto modello che prende ispirazione dalla natura, che si sa essere più efficiente del capitale umano, al quale è richiesto spirito di resilienza e adattamento alla crisi attuale, riconosciuta anche recentemente dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Risulta quindi necessario carpire la situazione come un’opportunità, e non come un problema o una ricerca di colpe, per rispondere quanto prima ai bisogni dell’uomo e della natura.

Adattare e adattarci all’ecosistema con un modello di economia che si ispiri ad esso. Implementando l’economia locale come se fosse quella dominante: se riusciamo infatti a soddisfare le necessità primarie nel nostro territorio, stiamo già compiendo azioni rivoluzionarie, per porre le basi di un modello di sviluppo virtuoso capace di dare ossigeno all’economia globale e di uscire dal sistema lineare e fallimentare fino ad ora perseguito, volto solo al profitto.

Blue economy: si possono coltivare funghi sui fondi di caffè
Blue economy: si possono coltivare funghi sui fondi di caffè

L’economia blu è un movimento aperto che riunisce studi di casi concreti: coltivare funghi sui fondi di caffè, usare un cellulare senza batteria che sfrutta il calore prodotto dal corpo e le vibrazioni della voce umana o, ancora, imitare i sistemi di raccolta dell’acqua di un coleottero per ridurre il riscaldamento globale, sostituire le lame in metallo dei rasoi usa e getta con fili di seta. Oltre alla ricetta del detersivo naturale: con 1kg di bucce d’arancia e un litro d’acqua si ottiene un ottimo detergente per i piatti.

“In natura non esistono disoccupati e neppure rifiuti”, fa osservare Pauli. “Tutti svolgono un compito e gli scarti degli uni diventano materia prima per altri, in un sistema a cascata in cui nulla viene sprecato.”

Grazie alle innovazioni in tutti i settori dell’economia è possibile quindi creare più posti di lavoro e conseguire un ricavo maggiore. E ad oggi risulta necessario puntare sulle PMI, grazie al loro sguardo nuovo sulla realtà e dal momento che le grandi aziende siano troppo ingabbiate all’interno della logica del business, producendo alla ricerca solo di costi sempre più bassi e creando valore solo per se stesse.

Di fatto, secondo Pauli, i modelli economici tradizionali perseguono una strategia di riduzione spasmodica dei costi marginali e puntano in modo massiccio sulla globalizzazione dei processi: ciò diminuisce sensibilmente il valore del lavoro e getta le basi per una corsa forsennata all’aumento della quota di mercato, incuranti dei “danni collaterali”, che essa scatena. Questi danni, passando inosservati, rendono l’intero sistema rigido, resistente al cambiamento e non rigenerabile.

L’unica strada possibile quindi per uscire dalla crisi è quella di fare il massimo con ciò che si ha.

In tal senso, per fortuna, gli esempi d’innovazione sono numerosi e alcune volte anche sorprendentemente semplici, tanto da portare alla riscoperta delle capacità artigianali, delle competenze tecniche e della creatività: la rigenerazione dei prodotti, il riuso dei materiali, l’uso oculato del legno e delle risorse naturali, la progettazione di prodotti industriali in ottica di un loro ciclo di vita molto esteso, la rigenerazione delle aree urbane attraverso l’apporto della popolazione e del tessuto sociale esistente.

E a certificare l’ottimo andamento della Blue Economy è la Commissione Europea. Nell’ultimo rapporto annuale spiega che nel 2016 questo settore ha rappresentato l’1,3% del Pil della UE, con un fatturato di 566 miliardi di euro, in crescita del 14% rispetto al 2009. Il settore ha generato 174 miliardi di euro di valore aggiunto e creato 3,5 milioni di posti di lavoro (pari all’1,6% dell’occupazione totale sempre nella UE).

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