Esperienze di montagna. “Dove non osano i camosci”

Angelo Caliari, appassionato naturalista, racconta le sue esperienze di montagna, con l’avventura a Cima Vallon

di Angelo Caliari

L'appassionato naturalista Angelo Caliari
L’appassionato naturalista Angelo Caliari

Negli anni Settanta il mio istinto di esplorazione era al massimo fermento. La Val Algone, uno dei miei giardini di pace, mi offriva infinite possibilità di azione in montagna. L’esplorazione solitaria ha sempre ripagato quella mia sete di conoscenza totale del territorio, della presenza animale in esso e di ogni possibile contatto diretto con la natura.

Andare per i monti nel modo giusto implica l’esplorazione e in essa quella parte di rischio che non può mancare perché è uno dei sapori essenziali. In montagna il rischio è palese a chi ha un bagaglio di conoscenza, quindi è gestibile e assaporabile nei limiti che ognuno stabilisce personalmente.

Credo che il destino conceda qualche errore in merito, come un test-control sull’animale-uomo che vive la montagna. A me, fino ad oggi, sono stati concessi due, forse tre errori. Uno di questi è stato salire in solitaria la cima Vallon, seguendo un itinerario a vista che il mio istinto mi ha dettato lì al momento. Non ricordo, ma credo di non avere programmato un’esplorazione così ad alto rischio. Forse fino alla base della parete era pianificata come un’uscita nuova e interessante.

Lo spigolo roccioso attirava il mio sguardo e subito dopo il mio istinto esploratore. Non avevo nulla con me che poteva servire in una salita del genere, solo l’energia di quell’età e una tranquillità nell’azione, quella che mi avrebbe aiutato a uscirne vivo.

Arrampicare d’istinto senza attrezzatura è come ascoltare buona musica; affidai così la scelta degli appigli agli occhi che trasmettevano ordini precisi a mani e piedi. Tutto era in equilibrio costante, soprattutto quello mentale che sgorgava abbondantemente da quella pace interiore che la montagna mi regalava ancora e di più. Valutando le condizioni reali in cui mi stavo cacciando non ci sarebbe stato nulla per cui stare tranquilli: la pendenza estrema e soprattutto la roccia era friabilissima. Solo il tempo era favorevole, ma presto anch’esso non mi sarebbe stato più amico. Lo spigolo mi aveva portato in alto con facilità, fino a un intaglio che chiamai “Porta nel non ritorno”. Per poche spanne non riuscii ad appoggiare il piede sul lato opposto di quella spaccatura a V. Valutai la possibilità di un salto, considerando sufficiente la superficie di atterraggio per due piedi, circa mezzo metro quadrato in leggera pendenza. Così decisi e volai di là, con un atterraggio perfetto; non era il primo naturalmente. Quasi subito oltre la porta lo spigolo diventò difficile e poi insuperabile senza attrezzatura specifica. A destra la nebbia cominciò a salire lenta ed inesorabile negandomi ogni possibilità su quel versante. Il tempo non mi era più amico, voleva forse punire la mia scelta? Abbandonai definitivamente lo spigolo, continuando a sinistra, sull’immensa parete strapiombante sulla Busa delle Gere, grande catino naturale che riceveva l’eterno stillicidio di detriti rocciosi da tutta la parete.

Cima Vallon è un castello di roccia friabilissima che sovrasta la conca Vallon raggiungendo la quota 2.997 sul livello de mare. Ero partito dai 1.100 s.l.m. dalla strada di fondo valle da circa due ore e mezza, senza una mèta precisa, esplorando la parte alta del Vallon, ed ora mi ritrovano là, un puntino che si muoveva ai piedi o meglio sul ventre di questa montagna che tentava di scrollarsi di dosso della mia presenza, come un insetto fastidioso. La verticalità non mi permetteva di vedere oltre a una certa distanza sopra di me, quindi ogni scelta di itinerario poteva rivelarsi non idonea a salire di quota. Iniziai una serie di spostamenti laterali che più a sinistra mi portavano verso il centro della parete.

Era un dedalo verticale di canaloni e canalini gonfi di detriti. Le rocce che sfioravo appena con le mani volavano giù dopo i primi rimbalzi, creando il fuggi-fuggi dei camosci sui ghiaioni della Busa delle Gere.

Non so cosa mi aspettava più in alto, ma la calma era ancora l’attrezzo migliore che avevo. Continuai la danza quasi con gusto, ma ben presto un muro di roccia scura e sempre friabile mi apparve come un vero ostacolo. Solo qualche fessura piena di detriti rappresentava una possibilità estrema. Non avevo scelta, accentuai l’attenzione, perdendo un poco di quel gusto e mi mossi lentamente, provocando comunque caduta di rocce di ogni dimensione. 

Il rumore delle rocce che precipitavano in basso, aveva qualcosa di sinistro, suonava come un avvertimento che recitava: “Attento, potresti andar giù con esse!”.

Le esperienze del passato avevano fortificato le mie difese mentali e nulla mi distolse dalla concentrazione in quegli attimi interminabili. Nessuno sa dove mi trovavo esattamente, la Vespa era giù in mezzo ai mughi, introvabile anch’essa, 1.500 metri più in basso. Ero quasi fuori dalla muraglia scura, ma nel punto più verticale di tutta la salita. Sopra di me e intorno pendenze più umane e qualche possibilità di spostamento a destra o a sinistra, ma sempre di una friabilità totale. Ragionai un poco, riposando anche la mente, sull’assenza totale di tracce animali (camosci) che sulle cenge spesso mi avevano indicato la via per uscire da situazioni simili a questa. Mi chiesi come mai è tutto così intatto, così vergine, inesplorato di sicuro. La risposta mi arrivò rapida e chiara dall’alto dell’anticima. Prima qualche sasso grosso come una mano e poi una consistente scarica che sembrò non finire più. La mia fortuna fu di trovarmi oltre la muraglia. Potei liberare le mani e farmi scudo con lo zaino a cappuccio e le braccia aderenti al torace. Pochi minuti prima e sarei volato giù con le rocce sulle corna dei camosci, tre o quattrocento metri più in basso.

Percepii i colpi sugli avambracci e uno in particolare sulla tibia destra, ma non dolore. Il corpo è un’opera della natura; il dolore non percepito si trasformò, facendomi quasi svenire. Vidi i lustrini e mi sentii freddo sulla fronte, ma pensando vai oltre e la mente impone la sua volontà, così dissi a me stesso: “non svenire è un ordine!”. Davvero andò così e mi meraviglio ancora nel ricordo. Incastrai un gomito dentro una fessura, pensando che almeno sarei stato ancorato alla roccia, ma rimasi ancora più ancorato alla vita con la mente. Passarono anche quegli attimi, i più difficili, poi il sangue ridipinse il viso, inondandolo di calore e di serenità. Non sapevo ancora cosa mi avrebbe aspettato, ma sentivo che ne sarei uscito. Sentivo umido il piede destro, il sangue uscito dalla ferita della tibia era sceso, colorando il calzino giù sotto il piede, ma dalla ferita verso il basso si stava già seccando.

Esperienze di montagna.Busa delle Gere (foto Angelo Caliari)
Esperienze di montagna.Busa delle Gere (foto Angelo Caliari)

Vedi la cima, lì sopra. Ero a circa 2.800 metri di quota, il sole mi rincuorava, concedendomi la calma per tracciare un itinerario su quelle pendenze vergini visitate solo dalle aquile. Dove non osano i camosci stavo cercando la via giusta per la cima. Solo a pochi passi da essa, l’odore di escrementi recenti di camoscio mi fece aguzzare la vista e scoprii che dietro, sul versante opposto, erano appena andati via. Sul versante da me violato nemmeno l’ombra di questi acrobati della montagna. Lassù erano stati allora più prudenti di me, e io fortunato davvero per la possibilità concessami dal destino. Guardai l’ora , realizzando che avevo salito in sole cinque ore un labirinto di rocce instabili, quasi verticali sulla parete del versante ovest di cima Vallon.

Sapevo, però, che non è finita; altre due ore di incognite mi attendevano sulla cresta che unisce cima Vallon a cima Padaiola e poi giù sulla vedretta Prato Fiorito fino al rifugio XII Apostoli. La nebbia in quota era una grande insidia, lo era di più su un itinerario sconosciuto come quello che stavo realizzando da ore. Tracce di camosci mi suggerivano molti passaggi naturali, mi sentivo davvero uno di loro e li ringraziai mentalmente. Quando terminai la cresta e incontrai il ghiaccio della vedretta tirai un sospiro di sollievo, concedendomi la pausa che non avevo fatto sulla cima. Le ore passavano in fretta e non volevo farmi sorprendere dal buio lassù dove i passi erano già difficili con la luce. Non avevo con me i ramponi, necessari in questo frangente, ed allora seguii la crepaccia perimetrale, riuscendo ad incastrare gli scarponi fra ghiaccio e roccia. Era un procedere stressante che metteva a dura prova la caviglia e le ginocchia, ma era la mia unica possibilità. Il ricordo-brivido della parete mi fece apparire una passeggiata ciò che stavo facendo ora e con un cesto di emozioni nella mente aggirai il rifugio e la calca di persone che stava fuori. Qualcuno mi vedi sbucare da un punto x del ghiacciaio, ma non gli diedi il tempo e lo spazio per interferire. Girai al largo come un camoscio solitario che voleva tenere per sé la quiete dei monti. Coprii l’ultima ora fino a malga Movlina pensando quanta strada mi aspettava ancora. Ero sazio di quella giornata indimenticabile. 

Quel destino buono che mi aveva risparmiato mi fece trovare anche un passaggio in auto dalla malga al tornante del Vallon. Nascosi fra i mughi lo zaino e salii i cento lunghissimi metri di sentiero per recuperare la Vespa celata fra i mughi. Sembrava che anche lei mi dicesse di ringraziare il destino. Se c’è un perché ad ogni azione, anche quelle che appaiono incoscienti lo si scopre con il tempo, che rimane sempre il miglior maestro.

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