Evento al MUSE: La musica fa crescere i pomodori!

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Serata al MUSE: tra i protagonisti il Maestro Vessicchio (foto Anna Molinari)
Serata al MUSE: tra i protagonisti il Maestro Vessicchio (foto Anna Molinari)

Serata d’autore all’insegna della botanica al MUSE, con ospite il direttore d’orchestra Peppe Vessicchio

Il MUSE ha ospitato ieri sera, lunedì 20 maggio, una serata di sperimentazioni e sorprese all’insegna della botanica e della musica e del rapporto che tra loro intercorre. A Costantino Bonomi, responsabile della sezione botanica del Museo delle Scienze di Trento, il compito di condurre una conversazione variegata per partecipanti e argomenti, ma che ha trovato nella “Giornata nazionale per la Biodiversità di interesse agricolo e alimentare”, il suo filo rosso. Rosso come il vino, rosso come i pomodori più comuni, rosso come la passione che anima esperimenti inusuali e curiosi che coinvolgono la musica e il mondo vegetale.

Sala gremita al MUSE (foto Anna Molinari)
Sala gremita al MUSE con ospite il maestro Beppe Vessicchio (foto Anna Molinari)

L’evento si è aperto fin da subito all’insegna di voli pindarici, dalle note di Mozart ai topi. Quale legame? Esperimenti effettuati da ricercatori e scienziati hanno rilevato che, per effetto della musica ascoltata per un numero ripetuto di ore, i piccoli mammiferi trovano nei labirinti una via d’uscita in modo molto più rapido. La ripetibilità che caratterizza questi esperimenti ha permesso di postulare l’assunto che la musica induca effetti positivi per l’acquisizione di un equilibrio sensoriale. 

Sono effetti apprezzabili solo sui mammiferi? Sembra di no. Gli stessi pomodori risentono di benefici interessanti, per esempio, per garantire la propria biodiversità e lasciano osservare comportamenti di crescita e sviluppo che innescano riflessioni su un equilibrio non più solo sensoriale, ma universale. 

Sala gremita al MUSE (foto Anna Molinari)
Sala gremita al MUSE con ospite il maestro Beppe Vessicchio (foto Anna Molinari)

Peppe Vessicchio, vincitore di 4 premi come arrangiatore e come miglior direttore d’orchestra, è intervenuto proprio su questo punto, condividendo i risultati delle sue personali e musicali esperienze con il mondo vegetale: a parità di suolo e seme – ha raccontato – una serra di pomodori senza musica e una con la musica generano reazioni completamente diverse non solo nelle piante, ma anche negli insetti impollinatori che le frequentano. I bombi preferiscono lavorare con la musica, non sembrano esserci dubbi! Le note sembrano fornire un equilibrio più attraente per gli insetti, ma le stesse piante sembrano acquisire un sistema immunitario più forte per fronteggiare gli aggressori. Sono i risultati di osservazioni ancora in corso, condivise con scienziati e botanici, tra cui anche il professor Stefano Mancuso (che per problemi personali improvvisi non ha potuto partecipare all’evento del MUSE) ma in qualche modo contraltare scientifico per un “esperimento vibrazionale” che, seppure la scienza non abbia ancora elementi sufficienti per confermare con la solidità richiesta dal metodo queste ipotesi, promette interessanti prospettive di studio e sperimentazione.

Serata al MUSE: il maestro Peppe Vessicchio (foto Anna Molinari)
Durante la serata al MUSE il maestro Peppe Vessicchio ha spiegato che a parità di suolo e seme, una serra di pomodori senza musica e una con la musica generano reazioni completamente diverse non solo nelle piante, ma anche negli insetti impollinatori che le frequentano. (foto Anna Molinari)

Una conversazione che è virata presto verso una riflessione sulla biodiversità, suggerita proprio dal maestro Vessicchio: «Occorre valorizzare la ricchezza di ogni territorio, è solo attraverso la diversità che possiamo aspirare realmente all’evoluzione». Insomma, dobbiamo superare attraverso la cultura il cattivo rapporto che abbiamo con la diversità… di forme, colori e sapori, ma non solo. Siamo noi che relazioniamo il piacere a un fatto esperienziale, ma per animali e piante è una reazione naturale: la musica muove le molecole dell’aria e possiamo immaginare che questa reazione fisica sia un linguaggio che gli animali e le piante possano in qualche modo percepire.

A intervenire su questo spunto è stato anche il ricercatore Edoardo Taori che ha recentemente progettato un dispositivo che permette di ascoltare la variazione elettrica delle piante e, tramite un algoritmo, assegna in tempo reale una nota a ciascuna di queste variazioni. È una tecnologia che, attraverso dei sensori, si connette alla pianta e in qualche modo le dà voce, trasmettendo i segnali via bluetooth a una app Android che esegue la composizione. Insomma, la pianta interagisce a seconda di quanto le succede intorno e in base alle interazioni con l’ambiente circostante (animali, etc.). Una commistione suggestiva tra scienza e arte che permette di ascoltare qualcosa che altrimenti è celato ai nostri sensi e che ci fa rendere conto di quanto una pianta sia viva e reagisca in base a ciò che le accade. Dal pubblico abbiamo provato l’emozione di ascoltare in diretta la variazione elettrica di una delle piante di pomodoro che adornavano il palco.

Non è stato però solo questo il coinvolgimento del pubblico proposto durante la serata: in diretta si è prodotto un esperimento con il vino realizzato dal maestro Vessicchio: il vino non reagisce a qualunque tipo di musica, deve incontrare la sua chiave armonica. L’argomento tonale, l’elemento di risonanza, deve in qualche modo trovare la sua corrispondenza con il corpo elastico che incontra. Si delinea quindi l’ipotesi di un vino che vibra in una tonalità specifica che induce il suo insieme molecolare a una nuova aggregazione. Sul tema è poi intervenuto Antonio Falzogher, sommelier professionista trentino, che ha presentato con poesia e competenza un Teroldego rotaliano, che, assieme a Marzemino e Nosiola, è tra i vini più tipici del Trentino.

E inaspettatamente proprio su questo tema si chiuso il cerchio di questa interessante serata di commistioni: vitigni autoctoni e vitigni alloctoni sono un concetto molto relativo, seppure utile per una nostra classificazione. Quanti anni servono per considerare una varietà “locale”? Le piante coltivate sono con noi da “appena” 10.000 anni, mentre quelle spontanee da oltre un milione di anni. Da quelle che allora erano circa 100 varietà di piante inizialmente coltivate, oggi ne conosciamo circa 500 mila. Che hanno caratteristiche comuni ricercate dall’uomo che ne è selezionatore: il gigantismo (frutti grandi per nutrirsi); assenza di difese (piante preferibilmente senza spine); assenza di meccanismi di dispersione (perché i semi si possano raccogliere). 

La vite di cui andiamo fieri non ha certo origine in Europa, ma sembra sia nata nel 6000/5000 a.C. nei territori degli odierni Stati della Georgia e dell’Iran. E se ci concediamo di concludere con una battuta che esprime l’orgoglio per un prodotto regionale di grande valore (“Il Trentino è l’unica regione d’Italia che fa rima con vino!”) è il fascino della diversità che si è fatta strada a fine serata. Quello della scoperta degli apparati radicali delle piante, che scambiano tra loro informazioni e sviluppano relazioni mutualistiche attraverso i filamenti dei funghi (WoodWideWeb). Quello dell’esplorazione oltre i confini di ciò che ci è noto, perché cultura e rispetto per l’ambiente in cui viviamo possano crescere e rafforzare azioni, anche inconsuete, di salvaguardia della biodiversità.