Ice Memory: la “biblioteca” dei ghiacciai in pericolo

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Ricercatori del progetto “Ice Memory” al lavoro (foto Università Ca' Foscari Venezia)
Ricercatori del progetto “Ice Memory” al lavoro (foto Università Ca' Foscari Venezia)

Il progetto “Ice Memory” mira a creare in Antartide un archivio di carote di ghiaccio dei ghiacciai attualmente in pericolo a causa del cambiamento climatico. Gli scienziati sono convinti che il ghiaccio contenga informazioni di valore tale da richiedere attività di ricerca anche su campioni di ghiacciai che stanno scomparendo. Come quello dell’Adamello, che ha perso in poche ore 100-120 mila metri cubi di ghiaccio. (Alessandro Graziadei)

Lo scorso 14 settembre, un team italo-svizzero di scienziati è salito sul massiccio del Grand Combin, a 4.100 metri di quota, per estrarre dal ghiacciaio del Corbassiere due carote di ghiaccio per la “biblioteca dei ghiacci” che il programma internazionale Ice Memory creerà in Antartide. L’ambizioso progetto è il frutto di un programma congiunto tra Università Grenoble AlpesUniversità Ca’ Foscari VeneziaIstituto Nazionale Francese per le Ricerche sullo Sviluppo Sostenibile (Ird), CnrsCnrIstituto Polare Francese (Ipev) e il Programma Nazionale per le Ricerche in Antartide (Pnra), che presso la stazione italo-francese Concordia in Antartide ha l’obiettivo di fornire, “per le decadi e i secoli a venire, archivi e dati sulla storia del clima e dell’ambiente fondamentali sia per la scienza, sia per ispirare le politiche per la sostenibilità e il benessere dell’umanità, creando in Antartide un archivio di carote di ghiaccio dai ghiacciai attualmente in pericolo di ridursi o scomparire”. Grazie a questi campioni gli scienziati, tra qualche decennio, avranno nuovi metodi e tecnologie a disposizione per scoprire i segreti “congelati” nel ghiaccio. 

Carota di ghiaccio (foto Università Ca' Foscari Venezia)
Carota di ghiaccio (foto Università Ca’ Foscari Venezia)

Per il team di Ice Memory, quella sul Grand Combin è la seconda missione sui ghiacciai alpini dopo quella del 2016 sul Monte Bianco. Altre spedizioni internazionali hanno permesso di mettere al sicuro campioni dei ghiacciai Illimani (Bolivia), Belukha e Elbrus (Russia). Sul ghiacciaio del Grand Combin l’obiettivo è estrarre tre carote di ghiaccio profonde 80 metri e del diametro di 7,5 centimetri. Due verranno conservate nell’archivio creato appositamente nella stazione Concordia, l’altra sarà analizzata nei laboratori congiunti di Ca’ Foscari e Cnr a Venezia. Quella sul Grand Combin è la prima di una serie di spedizioni finanziate dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che proseguirà con i ghiacciai italiani del Monte Rosa, Marmolada, Montasio e Calderone. Analizzando le bolle d’aria che la neve accumula strato dopo strato sul ghiacciaio nel corso dei secoli, gli scienziati sono oggi in grado di identificare le tracce dell’evoluzione delle temperature e delle concentrazioni di composti chimici estraendo informazioni di valore anche dai campioni di ghiacciai destinati a scomparire.

Dall’università di Ca’ Foscari Venezia sottolineano come “Comprendere il clima e l’ambiente del passato permette di anticipare i cambiamenti futuri. I ghiacciai montani conservano la memoria del clima e dell’ambiente dell’area in cui si trovano, ma si stanno ritirando inesorabilmente a causa del riscaldamento globale, ponendo questo inestimabile patrimonio scientifico in pericolo”.  Pensate che negli ultimi 170 anni il ghiacciaio del Corbassiere ha perso circa un terzo della sua area, con un arretramento della lingua glaciale di circa 3,5 chilometri. Siamo di fronte ad un ritiro dei ghiacciai sempre più evidente, che negli scorsi giorni ha portato al collasso di una volta glaciale di 15 metri di spessore anche sul Mandrone, nel gruppo dell’Adamello. Secondo Gianluca Tognoni di Meteotrentino, che ha compiuto il sopralluogo con i colleghi lombardi “Il Mandrone ha perso in un colpo solo 100-120 mila metri cubi di ghiaccio alla bocca del ghiacciaio”, quella porzione a valle da dove sgorgano i torrenti glaciali. Si tratta di un’area naturalmente soggetta a fisiologici arretramenti d’estate, ma per Tognoni un collasso così esteso è tutt’altro che abituale ed “È sintomatico dell’accelerazione nella fusione dei ghiacciai”. Davanti a questo progressivo ritiro dei ghiacciai e ad un settembre che ha spostato lo zero termico a circa 4.000 metri di quota anche sulle nostre montagne, il progetto Ice Memory proverà a guardare al passato per capire come il clima abbia reagito alla naturale ciclicità delle variazioni dei gas serra. Nei prossimi anni i risultati di questo studio potrebbero rappresentare una risorsa indispensabile per intraprendere nuove e sempre più urgenti azioni di mitigazione ed adattamento climatico in alta quota.