Il glaciologo Casarotto: «I ghiacciai rispecchiano i nostri comportamenti»

Presentata al Trento Film Festival la la guida Itinerari Glaciologici sulle montagne italiane

Al Trento Film Festival è stata presentata la guida Itinerari Glaciologici sulle montagne italiane, edita dalla Società Geologica Italiana. Una guida al patrimonio naturale  che sta scomparendo: la grande perdita di massa dei ghiacciai sulle Alpi è, infatti, una delle evidenze più chiare di un cambiamento in atto nel sistema climatico. Lunghe serie temporali di misure raccolte dalla fine del XIX secolo dal Comitato Glaciologico Italiano indicano un continuo regresso dei ghiacciai alpini dalla fine del XIX secolo, ma la velocità di riduzione è aumentata notevolmente dagli anni 80 del XX secolo. Dalla fine del XIX secolo i ghiacciai alpini hanno perso più del 50% della loro massa.

Un’opera originale, oltre che esaustiva, in quanto non è rivolta ai soli esperti (geologi, glaciologici, naturalisti o studiosi), ma, per i suoi contenuti scientifici-divulgativi molto semplificati nel loro linguaggio, è dedicata in particolare agli escursionisti e agli appassionati di montagna.

L’opera si propone di fare conoscere questo immenso patrimonio, i ghiacciai italiani, anche per fare accrescere la consapevolezza su ciò che stiamo perdendo e su quello che potremmo ben presto perdere. Un lavoro collettivo, notevole, frutto di 70 autori entusiasti di raccontare le escursioni alle fronde dei ghiacciai tra i quali il curatore del volume, il glaciologo Christian Casarotto. 

Il glaciologo del MUSE Christian Casarotto
Il glaciologo del MUSE Christian Casarotto sul ghiacciaio della Lobbia per il rilievo di “massimo accumulo”, ovvero la somma delle precipitazioni nevose

Casarotto, com’è nata l’idea di realizzare questa ‘guida ai ghiacciai italiani’?

«L’idea è nata sia da una necessità, quella di avere un quadro generale del comportamento dei ghiacciai, sia da un obiettivo, quello di raggiungere i neofiti della montagna e renderli consapevoli dell’ambiente montano. Un lavoro non rivolto solo ai ricercatori o agli studiosi: le guide glaciologiche già esistenti raccontavano un particolare sentiero, ma non raggruppavano tutti i sentieri».

Chi si è occupato di scegliere i ghiacciai di cui parlate nella guida? Come è strutturata quest’opera e dove la si può trovare?«

«A scegliere i ghiacciai, oltre a me, sono stati il prof. Claudio Smeraglia e il prof. Carlo Baroni.  Raccontiamo di moltissimi ghiacciai d’Italia anche quello più meridionale, il Ghiacciaio del Calderone in Abruzzo, piccolo e frammentato, che, seppure non si comporti più come un ghiacciaio, rappresenta un po’ l’intero parco appenninico ed è purtroppo destinato a scomparire come molti  altri ghiacciai. La guida è un volume di 800 pagine, divisa in tre parti: la prima parla della ricerca scientifica e glaciologica, cioè come si comporta un ghiacciaio, come si evolve e gli studi che verranno effettuati sullo stesso; la seconda e terza parte sono dedicate agli itinerari, oltre 22. Quest’opera, acquistabile anche separatamente, è disponibile online sul sito della Società Geologica Italiana».

Il ghiaccio della Fellaria com'era ieri
L’opera, per ciascun ghiacciaio, mostra le rispettive evoluzioni nel tempo, come nel caso del Ghiacciaio della Fellaria, in Lombardia. In questa immagine com’era il ghiacciaio ieri.

 

Il ghiaccio della Fellaia com’è oggi.

Quali sono i ghiacciai più a rischio di estinzione? 

«Tutti i ghiacciai stanno ormai seguendo questo trend negativo,  tutti stanno arretrando, tutti soffrono chi più chi meno. Quelli che arretrano meno sono i ghiacciai neri, perché coperti di detrito che li protegge; molti ghiacciai dolomitici si stanno trasformando in ghiacciai neri, rallentando il loro percorso di regresso glaciale».

E per quanto riguarda il Trentino? 

Quello più a rischio è il Ghiacciaio del Careser (nella foto di apertura il ghiacciaio così come si presenta oggi) che ha subito maggiormente le fasi d’innalzamento delle temperature, trend ormai dominante dagli anni ’80».

Sui ghiacciai del Parco Nazionale dello Stelvio, per la precisione nel sedimento sopraglaciale, sono state ritrovate delle microplastiche. È un altro campanello d’allarme sulle conseguenze del comportamento umano?

«Il ghiacciaio è la manifestazione più eclatante del cambiamento climatico, è una cartina di tornasole perfetta che segue le variazioni climatiche e anche tutto quello che l’uomo getta nell’atmosfera a valle può, attraverso il vento e le precipitazioni nevose, finire sul ghiacciaio. E il ghiacciaio lo archivia, lo tiene lì e prima o poi lo risputa fuori e ti fa vedere cosa hai combinato. Questo è il bello del ghiacciaio: il ghiacciaio è lo specchio dell’uomo e ci mette di fronte alle nostre mancanze».

Questi ghiacciai sono sempre più frammentati tra loro, stanno nascendo pertanto delle nuove vie, dei nuovi itinerari. 

«Sì, se da un lato con l’arretramento glaciale si perdono delle porzioni di ghiaccio, d’altro canto si possono formare dei nuovi laghi in conche libere dal ghiaccio (che vengono occupate dalle acque di fusione), oppure vi possono essere dei nuovi affioramenti di roccia, quindi una nuova scoperta per la geologia o appunto per gli stessi alpinisti nuove vie o tracciati che cambiano, quelle che ora sono ricoperti di ghiaccio si percorreranno in un altro modo. Una continua evoluzione che, se da una parte, va vista in ottica negativa, perché stiamo perdendo un ecosistema, da un altro punto di vista vi è un nuovo ecosistema che va formandosi».

Vi è un itinerario particolarmente bello che consiglieresti?

«Un percorso più bello non c’è, tutti i ghiacciai si distinguono a modo loro per bellezza. Forse l’itinerario curato da me, quello del ghiacciaio più esteso d’Italia: l’Adamello. Un percorso da alpinista, sicuramente, per le difficoltà e la durata, ma affascinante ed eterogeneo, custode della storia delle tracce del nostro passato bellico».

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