Il significato della parola “Natura”. Un caso ancora irrisolto

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La natura delle Dolomiti di Brenta con tutta la sua bellezza (Foto Alessandro Forti)
La natura delle Dolomiti di Brenta con tutta la sua bellezza (Foto Alessandro Forti)

Se ne parla molto oggi giorno e molto si fa per la sua conservazione, ma in realtà, cosa significa “natura”?

Forse, oggi abbiamo una concezione un po’ più chiara rispetto al passato, comunque siamo in qualche modo ancora confusi su qualcosa pensando a questa parola, percependo un più o meno marcato senso di vago, di contraddizione.

Pensiamo solo al fatto che, secondo necessità, siamo soliti dare al termine “naturale“ una connotazione positiva (nel senso di logico, legittimo, fonte dei più nobili principi dell’uomo civilizzato) o negativa (nel senso di selvaggio, barbaro, primitivo, non civilizzato). Pensiamo al fatto che l’idea dell’incremento della conoscenza è purtroppo spesso percepita come uno strumento di dominio di una natura esterna all’uomo, più che un modo per vivere in armonia con essa e che spesso contrapponiamo il “naturale“ all’ “artificiale”, la natura all’artefatto, intendendo l’uomo e il suo “zampino” esterni alla natura. 

Questa visione, però, è totalmente contrapposta alle teorie scientifiche ed evoluzionistiche secondo cui noi originiamo dalle scimmie, teorie che, a loro volta, si oppongono alle credenze cristiane del creazionismo e alle teorie antropocentriche che vedono l’uomo al di fuori e al di sopra della natura e delle sue componenti e torniamo al punto di partenza. 

Lago di Toblino - Trentino (Foto Marta Gandolfi)
Lago di Toblino – Trentino (Foto Marta Gandolfi)

Insomma, un vero guazzabuglio in cui ognuno la pensa come vuole e nel quale dovrebbero trovare ordine e imporre disciplina le politiche di conservazione: Auguri!
E sapete quante riflessioni, teorie e cambiamenti di visione si sono susseguiti nella storia dietro a questo piccolo bel nome di “natura“? Un sacco!

Un recente articolo (Ducarme e Couvet, 2020) ha esaminato l’origine del termine “natura” e la sua semantica storica, raccontandocene vicissitudini e controversie, nel dipinto di un cammino complicato che giunge fino ai giorni nostri.

L’uomo ha riflettuto sul significato del termine “natura“ dall’antichità fino al secolo scorso e oltre, quando grazie a personaggi come John Muir, Rachel Carson, Ralph Waldo Emerson, Aldo Leopold, fino al contemporaneo Edward O. Wilson, grazie alla nascita della biologia della conservazione, alla definizione della “wilderness”, all’istituzione dei parchi nazionali e delle altre aree protette, al conio di altri termini quali “ecosistema“, “biodiversità“, “biosfera” e anche “Gaia“, l’uomo si è impegnato nei vari dibattiti sulla natura, sulla sua importanza e sulla sua protezione, che assumeva via via maggiore rilievo. Tuttavia, nel susseguirsi di periodi storici e culturali diversi, la definizione oggettiva e universale del termine “natura“ rimaneva un rompicapo, un qualcosa aleggiante intorno ad un senso di astrazione che mal si confaceva alla precisione reclamata dagli studi scientifici e alla oggettività necessaria alle politiche conservazionistiche.

Effettivamente “natura” non è una parola facile e se ci pensiamo, essendo così vasta, inglobando così tante entità e processi, si cala bene nella definizione di un concetto astratto, di una costruzione mentale più che quella di una nozione concreta. Pensiamo anche che certe parole trovano difficoltà ad essere ben definite in lingue diverse, così come è stato per la già citata “wilderness” che solo noi italiani, per esempio, abbiamo bisogno di una frase intera per definirla.
Cos’è la natura? Cosa comprende? E’ selvaggia e caotica o regolata e ordinata? È uno stato o un processo? È statica o dinamica? E, cosa più importante, l’uomo sta dentro o sta fuori?
Tutte queste domande hanno riempito il cervello umano fin dai tempi antichi e hanno “ruzzolato” vorticosamente nella storia, trovando risposte diverse, a volte parziali, che si sono alternate, sostituite, diversificandosi via via nel tempo fino ai giorni d’oggi.
Ma forse siamo ancora in alto mare e gli accadimenti storici recenti ce lo dimostrano.

Il mare, con i suoi “abitanti”, una grande risorsa da tutelare (probabile esoscheletro di riccio di sabbia piccolo trovato sulla spiaggia del Mediterraneo)
Il mare, con i suoi “abitanti”, una grande risorsa da tutelare (probabile esoscheletro di riccio di sabbia piccolo trovato sulla spiaggia del Mediterraneo)

Dall’essere definita come “physis” (= crescita, produzione) nell’antica Grecia, il termine “natura” ha avuto una prima analisi seria con Aristotele, uno dei pensatori e filosofi greci più grandi ed influenti. Egli fu il primo a sostenere che il termine “natura” indicasse molte cose diverse, a volte contrapposte e ne propose quattro definizioni, designandola come un processo, come un principio, come una causa spontanea o come la sostanza, la materia di cui le cose sono composte. A quel tempo l’uomo era considerato una componente della natura e l’uomo civilizzato, che vive secondo precise leggi, era considerato più naturale di quello barbaro, selvaggio, privo di regole. Perciò, il concetto di “natura” si discostava da quello del selvaggio, della wilderness americana di oggi e addirittura c’era chi, come gli stoici e gli epicurei, attribuiva alla natura una connotazione morale, come se fosse un esempio da seguire perché regolata da precise leggi e solidi equilibri.

Per gli antichi Romani, invece, il termine “natura” era legato al significato di nascita (dal verbo latino “nascor”) ed era per cui ancora distante dal suo significato moderno. Cicerone, filosofo di ispirazione greca, tentò di dare alla natura una connotazione simile a quella che aveva nell’antica Grecia, ma la cosa non attecchì. Riuscì tuttavia ad introdurre l’opposizione classica tra “natura”, quale stato iniziale delle cose privo dell’influenza umana e “cultura”, un’appropriazione delle cose da parte della società umana. 

Divario che probabilmente ha poi portato anche alla distinzione tra due correnti, una delle discipline con focus sulla natura (le scienze naturali, la biologia, ecc.) e l’altra di quelle invece non focalizzate su di essa (le scienze sociali, culturali, umanistiche e la metafisica). Così, la natura diventava tutto per alcuni e praticamente niente per altri.

Nell’antica Roma si fece spazio anche il concetto della natura come luogo selvaggio e incantato, sano e salutare, in opposizione alle città, che diventarono luoghi malsani di perdizione. Concezione, questa, contraria a quella greca, della Polis ordinata e per questo “naturale”, contrapposta al “selvaggio” innaturale. Ecco che, nella Roma antica, prese campo la visione cristiana della “Babilonia perversa contro la natura incantata”, luogo di incontro con Dio e con l’avvento del Cristianesimo prese piede ancora un’altra concezione della natura più legata all’idea abramitica di creazione. Questa visione porterà a un nuovo drastico cambiamento, verso la fine del Medioevo, epoca cupa e buia di importanti cambiamenti, tuttavia a volte poco positivi.

Il lago di Molveno (foto Valerio Banal)
Il lago di Molveno (foto Valerio Banal)

In questo periodo, infatti, si verificò un arretramento su molte concezioni globali e politiche di vita e la natura, considerata fino ad allora un’entità che include tutte le cose, uomo compreso ed inclusi anche gli dèi venerati da Greci e Romani, venne improvvisamente declassata a mero attributo di Dio, unico creatore di un mondo statico. Per cui, la natura, ritenuta fino ad allora un processo spontaneo e dinamico, diventò statica a sua volta. 

Nel Cristianesimo monoteista, quindi, Dio trascende la natura e si colloca al di sopra di essa. L’uomo, fatto da Dio “a sua immagine e somiglianza”, si distacca anch’esso dalla natura che diventa un qualcosa di cui egli sia padrone, materia prima da governare e utilizzare per il suo nutrimento. La Bibbia, in effetti, è piena di riferimenti a questo concetto e di metafore “agricole“.

Saranno dovute a concezioni del genere le scelte umane e i comportamenti che hanno causato tutti i disastri ecologici che conosciamo e i cambiamenti climatici? Non lo sappiamo. Qualcuno sostiene di sì ed effettivamente, il periodo che viviamo è chiamato “Antropocene”

Quanto alla religione, l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, del 2015, d’impostazione ecologicamente sensibile, trasmette una certa consapevolezza ecologica, dimostrando che una valutazione morale della natura sembra essere recentemente accolta dal cattolicesimo e che quindi le concezioni religiose relative alla natura possono ancora evolversi.

Al Medioevo successe l’epoca dell’Illuminismo e della Rivoluzione industriale, passando per Bacone e Cartesio, con l’avvio del progresso tecnologico e con una visione meccanicistica della natura. Conseguentemente, proprio nelle città più industrializzate del XVIII e del XIX secolo, si originò una visione romantica della natura, contrapposta alla precedente, promossa e idealizzata da personaggi quali Rousseau, Goethe, Schelling, W. Wordsworth, e ovviamente Emerson, Thoreau ed altri. 

Le Dolomiti di Brenta al tramonto (Foto Valerio Banal)
Le Dolomiti di Brenta al tramonto (Foto Valerio Banal)

In tutto questo pasticcio di ideologie e pensieri contrapposti, dove neppure Charles Darwin riuscì a trovare la quadra esatta alla definizione della parola “natura” (“È anche estremamente difficile l’evitare la personificazione della parola «Natura», ma per Natura io intendo solo l’azione combinata e il risultato di molte leggi naturali; e per leggi la serie dei fatti quali vennero da noi accertati”, 1861), essa finì per scomparire da dizionari ed enciclopedie scientifiche del XX secolo. Scienziati, filosofi e insegnanti iniziarono a non usare più il termine “natura” perché non aveva appunto una definizione oggettiva e globalmente riconosciuta. E tra chi, invece, lo voleva usare ancora (la parola “natura” si trova in tanti articoli scientifici tra la fine del ’900 e i nostri giorni), non vi fu nessuno che osò comunque definirla. 

L’intricato e dinamico processo storico intorno alla parola “natura” ha, però, avuto luogo per la necessità di usarla ovviamente, non si può prescindere dal farlo, ma ciò che si invoca è un uso saggio del termine, incorniciato da una chiara e contestualizzata definizione e che, all’uopo, possa essere sostituito da altri termini più specifici (biodiversità, ecosistema, evoluzione, ecc.), che aiutino per le politiche di conservazione. 

Ducarme e Couvet (2020), nella loro recente pubblicazione, operano una sintesi di tutto ciò che è stato assunto sui dizionari moderni sulla parola “natura”, concentrandolo in quattro definizioni:

  1. L’insieme della realtà materiale, considerata indipendente dalle attività e dalla storia umane.
  2. L’intero universo, in quanto luogo, sorgente e risultato dei fenomeni materiali (incluso l’uomo o almeno il suo corpo).
  3. La forza specifica al centro della vita e del cambiamento.
  4. L’essenza, la qualità intrinseca e la caratteristica, l’insieme delle specifiche proprietà di un oggetto, vivo o inerte.

Ognuna di queste definizioni, tutte diverse ed esclusive, è legata ad alcune concezioni del passato, ad altre si oppone e, in modo diverso, tutte o quasi trattano alcuni parametri chiave, quali l’inclusione dell’uomo nella natura, la dinamicità o staticità della natura e l’inclusività di tutto il reale in essa. 

Ma dove risiede la verità? Qual è la soluzione? 

Ancora non siamo giunti ad un punto d’arrivo definitivo. 

Quindi, cosa proteggiamo? E, soprattutto, come? 

Recentemente, si sono fatte strada differenti teorie di protezione della natura che implicano diverse politiche di conservazione. Alcune vertono maggiormente sulla salvaguardia della “wilderness”, selvaggia e incontaminata, preservata come è, intoccata dall’uomo (Reservation). Altre, tendono più verso quella che oggi viene chiamata “Restoration ecology”, che implica la mano dell’uomo per gestire la natura.

Un grande passo avanti è stato fatto dalla IUCN che propone 6 + 1 categorie, tutte riferite alle particolari rappresentazioni della natura (Riserve naturali integrali, Parchi nazionali, Monumenti naturali, ecc.). Una griglia particolarmente utile per proteggere, con politiche adeguate, una vasta gamma di luoghi naturali, adattandoli alle diverse concezioni di natura e quindi della sua tutela, facendo così convergere le dinamiche semantiche ed ecologiche che fanno capo al concetto di “natura“.

Molti sono i protocolli, i piani d’azione e le disposizioni gestionali e di conservazione utili e fatti bene, ma possiamo e dobbiamo fare di più

Trovare un equilibrio tra uomo e natura, tra rurale e selvaggio, tutelando entrambi
Trovare un equilibrio tra uomo e natura, tra rurale e selvaggio, tutelando entrambi

Infine, forse una soluzione che concettualmente riunisce le varie definizioni di “natura” e le rende complementari, in vista di una sua ottimale conservazione, è l’ipotesi proposta nel 2003 da Michael Rosenzweig, ovvero quella della “Reconciliation ecology”. 

Questa teoria cerca di “riconciliare”, appunto, l’uomo e la natura sostenendo che essa possa in qualche modo coesistere con un certo grado di presenza e attività dell’uomo e che la mano di quest’ultimo sulla natura possa talvolta essere favorevole alla biodiversità, purché si tratti di azioni gestionali “fatte bene“ e in linea con le leggi più appropriate di tutela ambientale.
L’uomo fa parte della natura e può esserne un attore, ma solo con Rispetto e Raziocinio, le due “R” imprescindibili. 

La Reconciliation ecology si propone di sviluppare condizioni efficaci di convivenza tra uomo ed ecosistemi e in questo modo, di ripensare le dirette relazioni tra uomo e natura, i comportamenti, gli spazi dove l’uomo vive, lavora e si intrattiene, per conservare più specie selvatiche e per giungere ad un equilibrio che favorisca sia l’uomo e sia la salute della natura di cui esso fa parte.

Nel periodo che stiamo vivendo oggi, pensando anche alle cause che hanno portato a questa pandemia, parlare di “Ecologia della riconciliazione” con una natura in cui e con cui dovremmo già vivere in armonia, sembra proprio la cosa più giusta e sembra proprio il punto di partenza ideale ed ottimale per cambiare prospettiva, ricominciare ad alzarci e a procedere nel modo giusto.