La pazienza dei gracchi alpini

367
Gracchio alpino (foto Jacopo Rigotti)
Gracchio alpino (foto Jacopo Rigotti)

Gli uccelli alpini soffrono le attività antropiche, ma alcuni di loro, per esempio i gracchi alpini, si dimostrano particolarmente adattabili. Ma non è sempre un bene.

A neanche un mese dall’annuncio delle Nazioni Unite che “un milione di specie vegetali e animali sono a rischio estinzione a causa del cambiamento climatico e delle attività umane”, certificato dalla prima valutazione globale dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (Ipbes), si è celebrata il 22 maggio la Giornata Mondiale della Biodiversità. Una ricorrenza istituita nel 2000, ma che quest’anno per i 150 esperti provenienti da 50 nazioni che per 3 anni hanno lavorato allo studio di 1.800 pagine dell’Ipbes, serve a ricordarci che la Terra è all’inizio della sua sesta estinzione di massa, la prima attribuita esclusivamente all’uomo. Una deriva che sugli ecosistemi d’alta quota ha effetti ancora più evidenti visto che proprio sull’arco alpino si sta registrando uno dei maggiori incrementi della temperatura media del pianeta oltre ad un costante aumento della presenza umana.

In Trentino questo fenomeno non solo è noto, ma è anche ben monitorato dal 2018 con specifici interventi coordinati dagli esperti del Parco Adamello Brenta che con il progetto BioMiti sembrano confermare, sulla base di rilievi faunistici, floristici e climatici, molte delle preoccupazioni degli studiosi dell’Ipbes: “molte specie, sia di flora che di fauna, sono a concreto rischio di estinzione”, almeno nella fascia “alto-alpina” posta tra i 1.900 e i 2.900 metri. Nonostante lo scenario e le prospettive non promettano nulla di buono per il futuro della conservazione alpina, alcune specie selvatiche si stanno dimostrando particolarmente adattabili anche alla presenza dell’uomo. In particolare una  ricerca svolta dal gruppo di ecologia animale dell’Università di Torino che ha preso in esame il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus), un uccello presente in Europa, Asia e Nord Africa esclusivamente in zone montuose  oltre i 2.000 metri, ha evidenziato la grande capacità di adattamento di questa specie.

Il gracchio alpino ha una grande capacità di adattamento (foto Jacopo Rigotti)
Il gracchio alpino ha una grande capacità di adattamento (foto Jacopo Rigotti)

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Journal of Ornithology” (l’articolo originale si può trovare al link https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs10336-019-01660-z) ha cercato di definire quanto e come il comportamento dei gracchi variasse in base alla semplice presenza dell’uomo ed è stato condotto nelle Alpi Nord Occidentali in Valle d’Aosta, in particolare all’abitato di Cervinia e nel Parco Naturale del Mont Avic. La prima è una località turistica caratterizzata da piste da sci, costruzioni ad alta quota ed un elevato flusso di turisti sia in inverno che in estate; la seconda è un’area quasi priva di disturbo antropico. In queste due aree i gracchi alpini venivano osservati annotando alcuni parametri tra i quali il numero di individui, l’ammontare di cavallette ingerite (una delle principali fonti di sostentamento), la distanza tra gli uccelli e le eventuali persone al momento dell’involo. In termini di risposta al disturbo antropico gli uccelli adottano di norma comportamenti di vigilanza e questo induce una riduzione del tasso di alimentazione, visto che gli animali investono più tempo a controllare la potenziale minaccia umana, e un aumento del consumo di energia a causa delle frequenti fughe.

Il gracchio alpino è un uccello passeriforme della famiglia dei Corvidi (foto Jacopo Rigotti)
Il gracchio alpino è un uccello passeriforme della famiglia dei Corvidi (foto Jacopo Rigotti)

I risultati della ricerca hanno però mostrato che nel sito più antropizzato questi corvidi sono riusciti a sviluppare una capacità di tollerare il disturbo dell’uomo e di concentrarsi maggiormente sulla ricerca di cibo, mentre le popolazioni che vivono in aree più selvagge subiscono meno il disturbo, ma sono anche meno capaci di tollerarlo. Nel sito più turistico, inoltre, è stato osservato anche il frequente abbandono delle aree alpine e delle prede naturali in favore di ristoranti e rifugi dove è più facile trovare scarti di cibo antropogenico. Si tratta di cambiamenti comportamentali che se da un lato sembrano semplificare la vita dei gracchi, dall’altra possono provocare non pochi effetti negativi. La perdita di attenzione verso le possibili minacce, per esempio, può esporli a maggiori rischi al pari di un’alimentazione basata su un cibo diverso e non certo più sano rispetto a quello “naturale”. L’Università di Torino ha avviato ulteriori studi per verificare gli effetti antropici su altre specie di avifauna in alta montagna, un ambiente dove la presenza umana in costante crescita non sempre è tollerata dalla fauna locale con la stessa pazienza dei gracchi!