La rane possono “curarsi”?

I batteri della pelle delle rane possono proteggere questi anfibi da agenti patogeni letali. Non sempre però riescono a “curarsi”

La rana europea (Rana temporaria) è una tra le specie più comuni dei nostri stagni, tanto da indurre alcune amministrazioni a progettare barriere stradali e sottopassaggi “pedonali” ad hoc percorro e per i rospi come accade in Val Canali, nel Primiero, attorno al biotopo del lago d’Ampola in val di Ledro o a quello di Loppio nell’omonima valle. Ma le automobili non sono l’unico rischio che corrono questi simpatici anfibi, visto che negli ultimi anni molte comunità di rane sono state decimate da un particolare virus che aggredisce la loro pelle e che è diventato oggetto di studi. Uno di questi, Outbreaks of an emerging viral disease covary with differences in the composition of the skin microbiome of a wild UK amphibian”, pubblicato lo scorso 21 giugno su Frontiers in Microbiology da un team di ricercatori britannici dell’Environment and Sustainability Institute dell’Università di Exeter e dell’Istituto di zoologia della Zoological Society of London (Zsl) ha confrontato il microbioma che vive sulle rane con la presenza e l’incidenza del “ranavirus”, scoprendo che le popolazioni di rane più colpite da questa malattia avevano un microbioma cutaneo diverso rispetto a quelle dove non si erano verificati focolai.

Per Lewis Campbell, uno degli autori della ricerca dell’Università di Exeter, “Se una popolazione di rane si ammala potrebbe dipendere dalle specie di batteri che vivono sulla loro pelle”. Nel contempo però sembra possibile ipotizzare “che la struttura del microbioma di una rana, cioè il mix di batteri sulla sua pelle, possa inibire la crescita e la diffusione del virus in modo che non possa raggiungere il livello che causa la malattia”. I ricercatori britannici, finanziati dal Natural Environment Research Council, dalla Royal Society e dalla Marie Curie Foundation sperano che i test di laboratorio fatti su oltre 200 rane selvatiche provenienti da 10 diverse  popolazioni europee aiutino a stabilire se sia l’infezione da “ranavirus” a causare le differenze nel microbioma o se si tratti di differenze preesistenti che meglio predispongono alcune popolazioni all’infezione. 

Per Xavier Harrison della Zsl una cosa appare certa: “C’è una crescente evidenza che i batteri della pelle possono proteggere gli anfibi da agenti patogeni letali come il fungo chytrid e che possiamo intervenire per sviluppare cocktail di batteri probiotici utili a proteggere le popolazioni più vulnerabili. Il nostro lavoro suggerisce che, con un sufficiente sforzo di ricerca, terapie probiotiche simili potrebbero essere efficaci anche contro il ranavirus”. Per ora però, se è vero che questi anfibi sembrano riuscire a “curare” almeno parzialmente il loro microbioma producendo proteine ​​a beneficio di specifici batteri, si limitano a quei batteri che sono disponibili nel loro ambiente e non sembrano riuscire a combattere il “ranavirus”, che rischia così nei prossimi anni di annientare intere popolazioni di rane comuni in tutta Europa.

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