Quello che i ghiacciai ci raccontano: Ötzi, soldati e microplastiche 

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(Nella foto in alto un momento delle attività di ricerca - foto Università di Milano, Dipartimento di Scienza e Politiche Ambientali)
(Nella foto in alto un momento delle attività di ricerca - foto Università di Milano, Dipartimento di Scienza e Politiche Ambientali)

L’inquinamento da microplastiche si conferma una delle principali sfide ambientali a livello globale, anche in montagna

Come ha recentemente spiegato a Buongiorno Natura Christian Casarotto, glaciologo e divulgatore scientifico del Muse, “Il ghiacciaio è la manifestazione più eclatante del cambiamento climatico perché risponde a quelle che sono le variazioni di temperatura e alle precipitazioni. Determinare i bilanci di massa dei ghiacciai serve per capire le tendenze del cambiamento climatico”.  Negli ultimi anni, in alcuni dei ghiacciai del Trentino – Alto Adige, questa tendenza ci racconta di un arretramento di circa 15/17 metri e di una perdita di spessore di circa 2/4 metri. Non deve stupirci quindi se sulle cime delle nostre montagne sta lentamente emergendo quello che nel ghiaccio si è conservato per migliaia di anni: pensiamo ad Ötzi l’uomo che nel 1991 dopo 5300 anni è riemerso dai ghiacci della val Senales o alla più comune scoperta nell’agosto del 2017 dei resti di un soldato dell’esercito italiano caduto durante la Prima guerra mondiale nell’area della Vedretta della Val di Fumo. 

Ghiacciaio dei Forni (foto di Nicola Cozzio)
Ghiacciaio dei Forni (foto di Nicola Cozzio)

Ma il passato, purtroppo, non è l’unica cosa che emerge dai ghiacci. Una ricerca coordinata dall’Università degli Studi di Milano e di Milano-Bicocca, ha aggiunto per la prima volta alla lista dei “ritrovamenti” ad alta quota le microplastiche. I campionamenti realizzati nell’estate del 2018 sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio, da un team di studiosi formato da Guglielmina Diolaiuti, Roberto Ambrosini, Roberto Sergio Azzoni e Marco Parolini, del Dipartimento di Scienze e Politiche ambientali dell’Università degli Studi di Milano, e dal gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, formato da Andrea Franzetti e Francesca Pittino, non lasciano dubbi: “Dal ghiaccio emergono poliammide, polietilene e polipropilene, ovvero plastica […] nella misura di 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento, un dato comparabile al grado di contaminazione osservato in sedimenti marini e costieri Europei”.

Un'altra veduta del ghiaccio dei forni (foto  Nicola Cozzio)
Un’altra veduta del ghiaccio dei forni (foto Nicola Cozzio)

Se a noi profani la scoperta presentata alla conferenza internazionale dell’European Geosciences Union di Vienna la scorsa settimana può sembrare quantomeno curiosa, a stupire i ricercatori italiani è stata soprattutto la quantità di microplastiche ritrovate nel sedimento sopraglaciale: “Abbiamo stimato che la lingua del Ghiacciaio dei Forni, uno dei più importanti apparati glaciali italiani, potrebbe contenere da 131 a 162 milioni di particelle di plastica” la cui origine “potrebbe essere sia locale, data ad esempio dal rilascio e/o dall’usura di abbigliamento e attrezzatura di alpinisti ed escursionisti che frequentano il ghiacciaio, sia diffusa da masse d’aria, e in questo caso di più difficile localizzazione”. Per questo una delle sfide più grandi affrontata dai ricercatori è stata di campionare il sedimento, indossando tessuti di cotone e zoccoli di legno evitando così di contaminare il ghiacciaio con le microplastiche provenienti dai materiali tecnici tipici dell’abbigliamento di montagna.

Ghiacciao dei Forni (foto Nicola  Cozzio)
Dalle analisi effettuate sono emerse dal ghiaccio tracce di poliammide, polietilene e polipropilene, ovvero plastica. Nella foto il Ghiacciaio dei Forni (foto Nicola Cozzio)

Per il team di studiosi, grazie a questa ricerca, “Futuri studi investigheranno gli aspetti biologici legati alla loro presenza sui ghiacciai. Verranno, infatti, indagati i processi microbiologici di degradazione della plastica e il potenziale bioaccumulo delle particelle nella catena trofica”.

Anche se al momento i dati estrapolati dallo studio sono limitati geograficamente al solo Ghiacciaio dei Forni, il caso specifico rappresenta uno scenario potenziale che minaccia quel bene comune che sono i nostri ghiacciai, visto che le microplastiche hanno una forte persistenza nell’ambiente, possono entrare nella catena alimentare e potrebbero avere un forte impatto sull’ecosistema montano, proprio come avviene da decenni in quello marino.

(Nella foto in alto un momento delle attività di ricerca – foto Università di Milano, Dipartimento di Scienza e Politiche Ambientali)