Ecolocalizzazione: interno di una colonia riproduttiva di vespertilio maggiore/vespertilio minore (Myotis myotis/Myotis blythii) (foto B. De Faveri)

Straordinaria scoperta sull’ecolocalizzazione dei pipistrelli e delfini

Cosa hanno in comune i pipistrelli che popolano i nostri territori con i delfini del Mediterraneo o le orche dei mari artici ed antartici? Apparentemente nulla. In realtà un team di ricercatori della Stanford University ha recentemente scoperto che “Adattamenti evolutivi come l’ecolocalizzazione, che sono condivisi da specie non correlate, sono emersi anche a causa di identici cambiamenti genetici acquisiti in modo indipendente”. Lo studio “A functional enrichment test for molecular convergent evolution finds a clear protein-coding signal in echolocating bats and whales”, pubblicato lo scorso 30 settembre su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) rivela che i nostri pipistrelli insettivori che si spostano agevolmente al buio e i delfini e le orche che vanno a caccia di prede anche nelle acque torbide ci riescono, in parte, grazie a dei cambiamenti specifici avvenuti in un insieme di 18 geni coinvolti nello sviluppo del “ganglio cocleare”, un gruppo di nervi che trasmettono il suono dall’orecchio al cervello.

Per i ricercatori della Stanford, quindi, specie molto diverse tra loro hanno evoluto la capacità di usare le onde sonore per spostarsi e identificare ostacoli e prede, siano essi insetti alpini o pesci oceanici, acquisendo mutazioni indotte dai contesti ambientali che non riguardano solo specie simili. La scoperta non ha solo risolto un dibattito che appassionava e divideva i biologi da molto tempo, ma dicono dalla Standford “Lo studio apre le porte alla comprensione delle basi molecolari di disturbi umani, come la sordità, le lesioni cutanee causate da colesterolo alto e il mal di montagna”. Per Gill Bejerano, il professore che ha coordinato il team di ricercatori, scavare nelle nicchie evolutive e scoprire la capacità animale di acquisire in modo indipendente cambiamenti genetici simili, “si è quindi rivelato utile anche per la comprensione della nostra fisiologia e del nostro sviluppo”.

Un passo avanti notevole nel campo della ricerca, se pensate che i ricercatori della Stanford hanno sviluppato un modo per setacciare intere sequenze di genomi e portare alla luce i cambiamenti genetici che interessano non solo l’ecolocalizzazione, ma anche lo sviluppo della pelle di mammiferi acquatici come lamantini e orche, o l’aumento della capacità polmonare e della resistenza fisica in animali che vivono ad alta quota come le pika e gli alpaca. Per Bejerano “questo studio è un ottimo esempio di ciò che possiamo realizzare quando combiniamo i dati in sequenze di interi genomi di più specie con informazioni funzionali su geni specifici”. Ora la comunità scientifica ha uno strumento in grado di schermare milioni di potenziali corrispondenze. Farlo con altri animali porterà quasi sicuramente a nuove scoperte, è forse alla possibilità di capire e curare, tra gli altri, anche problemi come il mal di montagna! Il segreto sta tutto nel “ganglio cocleare” e che si tratti di quello di un pipistrello o di un alpinista poco importa.

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